Uno dei temi che mi viene chiesto più spesso, forse perché ricorrente nei drama, riguarda un aspetto molto controverso: le punizioni corporali nelle scuole coreane.
La domanda è semplice: esistono ancora?
La legge coreana oggi
La risposta ufficiale è no. Dal 2021, in Corea del Sud ogni forma di punizione corporale è vietata per legge. Il divieto riguarda tanto l’ambito scolastico quanto quello familiare, ponendo fine a un’ambiguità che per anni aveva lasciato spazio a interpretazioni e abusi. Si è trattato di un cambiamento importante, che ha ridefinito in modo netto il concetto di autorità educativa.
Ma come spesso accade, tra la teoria e la pratica c’è di mezzo la realtà.
Cosa si intende per “punizione corporale” in Corea del Sud
Chi non ha familiarità con il contesto coreano potrebbe immaginare qualcosa di simile alle punizioni scolastiche italiane del passato, ma in Corea le cose sono andate ben oltre.

Tra le pratiche più diffuse e documentate figurano:
- restare in ginocchio in corridoio per ore;
- tenere le braccia alzate fino allo sfinimento;
- correre per decine di giri nel cortile sotto il sole;
- essere colpiti con bastoni di legno o righelli, sulle mani o sui polpacci.
Queste punizioni venivano inflitte per reati disciplinari molto vari. Ritardi, risposte sbagliate, distrazioni in classe, scarsa pulizia personale o insufficiente rendimento. In molti casi erano pubbliche, umilianti, ripetute. E, quel che è peggio, venivano spesso tollerate e persino incoraggiate da alcuni genitori convinti che “forgiare il carattere” fosse parte integrante dell’educazione.
Una pratica che ha segnato intere generazioni
Molti adulti coreani di oggi, cresciuti tra gli anni ’80 e il 2010, ricordano con precisione le punizioni ricevute a scuola.
Quando ho chiesto ad amici coreani tra i 30 e i 40 anni se fosse vero che venivano puniti fisicamente a scuola, la risposta è sempre stata sì, accadeva di frequente. Qualcuno ha raccontato di aver passato interi pomeriggi in ginocchio. Altri di essersi “allenati” a resistere alle punizioni come se fossero parte integrante del programma scolastico.
Ma l’aspetto che personalmente mi ha colpito di più è stato il tono dei loro racconti. Quelle punizioni venivano ricordate con leggerezza, qualche volta con un sorriso o una scrollata di spalle, come se non fossero fatti importanti o significativi, ma solo parte del sistema scolastico.
Alcuni mi hanno raccontato con un sorriso le trovate per aggirare le regole: abbassare le braccia appena l’insegnante si voltava, mettersi d’accordo con i compagni per spartirsi i giri di corsa… Più che una violenza subita, sembrava quasi un gioco condiviso. E questo, forse, dice molto sulla mentalità con cui le punizioni venivano vissute.
Oggi tutto questo è tecnicamente vietato. Ma davvero non esiste più?
La legge ora c’è. E la mentalità?
Nel 2021, il Ministero dell’Istruzione coreano ha introdotto una normativa che vieta esplicitamente ogni forma di punizione fisica a scuola. Questo è il quadro legale. Ma nella pratica, i casi di violazioni non sono del tutto spariti, specialmente in certi ambienti decentrati, ancora legati a vecchi metodi.
Ogni anno emergono episodi isolati in cui docenti vengono denunciati per aver maltrattato verbalmente o fisicamente gli studenti. Si tratta di eccezioni? Sicuramente. Ma ci ricordano che, se la legge cambia in fretta, la cultura che la sostiene può impiegare molto tempo a trasformarsi.
La scuola coreana in crisi tra passato e presente
In tutto questo, un aspetto spesso ignorato è la difficoltà crescente che gli insegnanti coreani si trovano ad affrontare, e che avevamo già denunciato in un recente articolo.
Da un lato, gli insegnanti non possono più fare affidamento sui metodi punitivi del passato. Metodi sbagliati e dannosi, che però conferivano loro un’indubbia autorità davanti alla classe.
Dall’altro, oggi si trovano a dover gestire studenti sempre meno inclini al rispetto formale e, soprattutto, genitori iperprotettivi e ipercompetitivi che contestano ogni scelta didattica o disciplinare. Il rapporto scuola-famiglia si è fatto teso, conflittuale, spesso sbilanciato a sfavore dei docenti.
In questo clima di continua pressione, l’autorità dell’insegnante si è fortemente indebolita. Molti denunciano burnout, stress cronico, senso di abbandono da parte delle istituzioni. I tassi di suicidio tra gli insegnanti in Corea del Sud sono, purtroppo, tra i più alti del Paese.

La scuola coreana si trova oggi in una fase di transizione delicatissima. Le punizioni corporali sono formalmente superate, ma permangono resistenze che rendono difficile un cambiamento profondo. Allo stesso tempo, la figura dell’insegnante è sempre più fragile, sotto il peso delle richieste familiari e dell’erosione dell’autorità.
Come in molte altre società moderne, anche in Corea serve oggi una nuova definizione di rispetto, educazione e responsabilità reciproca tra scuola, famiglia e studenti. Il cambiamento, quello vero, non passa solo dalle leggi. Passa dalla cultura.
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