Comfort Women: a 97 anni, Lee Yong-soo chiede alla Corea di portare il Giappone in tribunale

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Ieri, venerdì 14 agosto, Lee Yong-soo è arrivata in sedia a rotelle al Kim Koo Museum & Library di Seoul. La cerimonia era dedicata alle vittime del sistema di schiavitù sessuale organizzato dall’esercito imperiale giapponese dagli anni Trenta fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

Lee Yong-soo ha 97 anni ed è una delle cinque sopravvissute ancora in vita fra le 240 donne riconosciute ufficialmente dal governo sudcoreano come vittime.

Lee Yong-soo donne di conforto Corea del Sud
Lee Yong-soo

In un’intervista rilasciata pochi giorni prima della cerimonia, ha formulato una richiesta molto precisa: vorrebbe che il governo sudcoreano portasse il Giappone davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Delle 240 vittime registrate dal governo sudcoreano, 235 sono morte.

Le cinque sopravvissute hanno un’età media di quasi 96 anni e, secondo quanto riportato dalla stampa coreana, Lee Yong-soo è l’unica ancora in condizioni di salute tali da poter parlare pubblicamente di ciò che ha subito.

Quel numero è sceso a cinque il 28 marzo scorso, quando è morta Kang Il-chul, per molti anni residente alla House of Sharing di Gwangju, nella provincia di Gyeonggi.

Kang-Il-chul comfort woman
Kang Il-chul

L’8 agosto, durante una cerimonia organizzata in vista della giornata commemorativa, alla House of Sharing è stato inaugurato il busto in bronzo dedicato a Kang Il-chul.

La fotografia circolata in questi giorni, e scattata dall’agenzia Yonhap il 13 agosto, mostra proprio quei busti.

Fino al 2024 vi risiedevano ancora tre sopravvissute. A causa del peggioramento delle loro condizioni di salute, furono tutte trasferite in strutture sanitarie e oggi nessuna di loro vive più nella casa.

Residenza comfort woman

Il luogo che per oltre trent’anni aveva ospitato le donne e le loro testimonianze si sta progressivamente trasformando in uno spazio dedicato alla loro memoria.

La scelta del 14 agosto non è casuale. Quel giorno, nel 1991, Kim Hak-soon fu la prima sopravvissuta coreana a raccontare pubblicamente di essere stata costretta alla schiavitù sessuale dall’esercito giapponese.

Kim Hak-soon comfort woman
Kim Hak-soon

La sua testimonianza spinse altre donne, in Corea e in diversi Paesi asiatici, a raccontare ciò che avevano subito. Fra loro c’era Lee Yong-soo, che parlò pubblicamente per la prima volta nel 1992.

Lee era un’adolescente quando, nel 1944, fu portata in una struttura militare giapponese a Hsinchu, nell’attuale Taiwan, e costretta alla schiavitù sessuale. Tornò in Corea dopo la fine della guerra e trascorse quasi mezzo secolo prima di rendere pubblica la propria esperienza.

Nel 2012 l’Asia Solidarity Conference scelse il 14 agosto come Giornata internazionale di commemorazione delle vittime del sistema delle “comfort women” dell’esercito giapponese.

La Corea del Sud introdusse successivamente la ricorrenza nel proprio ordinamento e dal 2018 la celebra ufficialmente come giornata commemorativa nazionale.

In Occidente queste donne vengono indicate come comfort women, traducibile letteralmente con “donne di conforto”. È un’espressione nata come eufemismo e oggi generalmente collocata fra virgolette, perché descrive una forma di “conforto” quello che fu, in realtà, un sistema di sfruttamento sessuale.

Donne di conforto comfort stations

Dall’inizio degli anni Trenta fino alla fine della Seconda guerra mondiale, furono create numerose comfort stations destinate ai militari giapponesi nei territori occupati.

Le modalità di reclutamento delle donne non furono identiche in ogni luogo. Alcune furono rapite, altre ingannate con false promesse di lavoro, altre ancora consegnate da intermediari. Una volta introdotte nel sistema, venivano private della possibilità di andarsene e costrette a subire rapporti non consensuali con i militari.

Non esiste un numero definitivo delle vittime, anche perché molta documentazione è andata perduta e moltissime donne non raccontarono mai ciò che era accaduto. Le stime più citate oscillano da decine di migliaia fino a circa 200.000 persone.

Le 240 donne registrate dal governo di Seoul rappresentano quindi soltanto le vittime coreane che ottennero un riconoscimento ufficiale dalla Corea del Sud. Il sistema coinvolse anche donne provenienti da Cina, Filippine, Taiwan, Indonesia e altri territori asiatici occupati, oltre ad alcune donne europee che vivevano nelle colonie conquistate dal Giappone.

A questo punto è necessaria una precisazione, perché la vicenda viene spesso raccontata in maniera inesatta anche da chi vuole difendere le vittime: non è vero che il Giappone non abbia mai chiesto scusa.

Nel 1993, con la dichiarazione Kōno, il governo giapponese riconobbe il coinvolgimento diretto e indiretto delle autorità militari nella creazione e nella gestione delle comfort stations.

Ammise inoltre che in molti casi le donne erano state reclutate contro la propria volontà attraverso coercizione e inganno ed espresse le proprie scuse.

Nel 2015, inoltre, i governi di Corea del Sud e Giappone raggiunsero un nuovo accordo. Il primo ministro giapponese Shinzo Abe formulò ulteriori scuse e Tokyo stanziò un miliardo di yen per una fondazione destinata ad assistere le sopravvissute. I due governi dichiararono la questione risolta «finalmente e irreversibilmente».

Shinzo Abe Giappone
Shinzo Abe

Il problema nasce dal modo in cui fu raggiunto quell’accordo. Lee Yong-soo e altre sopravvissute sostennero di non essere state adeguatamente consultate e contestarono l’idea che un contributo economico potesse sostituire un riconoscimento della responsabilità giuridica dello Stato giapponese.

Nel 2017 una commissione istituita dal Ministero degli Esteri sudcoreano esaminò le trattative e concluse che non era stato rispettato pienamente il principio di una soluzione centrata sulle vittime.

Il Giappone continua a sostenere che le questioni relative ai risarcimenti siano state definite dall’accordo con la Corea del Sud del 1965 e che l’intesa del 2015 abbia chiuso definitivamente anche il caso della schiavitù sessuale militare.

Per le sopravvissute che contestano quell’intesa, invece, le scuse politiche e gli aiuti economici non hanno risolto il problema della responsabilità legale né garantito una riparazione stabilita insieme alle vittime.

Negli ultimi anni, alcuni tribunali sudcoreani hanno riconosciuto la responsabilità del governo giapponese e disposto risarcimenti in favore delle vittime. Tokyo non ha partecipato ai procedimenti e ha respinto le sentenze, richiamandosi al principio dell’immunità sovrana, secondo il quale uno Stato non può essere giudicato dai tribunali di un altro Stato.

È anche per superare questa contrapposizione che Lee Yong-soo vorrebbe portare la questione davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Lee Yong-soo donne di conforto Corea

Non sarebbe, però, un procedimento automatico. La Corte internazionale di giustizia non è un tribunale penale e Lee Yong-soo non può presentare personalmente una denuncia. Dovrebbe essere il governo sudcoreano ad avviare il percorso.

Ciò che chiede non è semplicemente un’altra dichiarazione di scuse, ma una valutazione giuridica internazionale sulla responsabilità dello Stato giapponese, sul valore degli accordi conclusi fra i due governi e sulle forme di riparazione ancora dovute alle vittime.

La storia di Lee Yong-soo è stata raccontata, registrata e conservata negli archivi. La Corea del Sud le dedica una giornata commemorativa ogni anno e la House of Sharing conserva i busti, gli oggetti e le testimonianze delle donne che sono morte.

Tutto questo riguarda la memoria storica. La richiesta formulata in questi giorni da Lee Yong-soo riguarda invece una questione politica e giuridica ancora irrisolta.

A 97 anni, dopo aver testimoniato pubblicamente per la prima volta nel 1992, Lee chiede al proprio governo di non limitarsi a conservare il racconto delle vittime, ma di sottoporre il caso a un organismo internazionale.

La domanda, quindi, è molto concreta: una vicenda può essere dichiarata «finalmente e irreversibilmente risolta» da due governi, se le dirette interessate non si riconoscono nella soluzione raggiunta, ma la ritengono anzi ancora aperta?

Fonti: The Korea Herald; Korea JoongAng Daily; Ministero degli Esteri sudcoreano. Report on the Review of the 2015 Korea-Japan Agreement

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