Il The Korea Herald ha chiesto a quattro esperti quale sarà il futuro dell’Onda coreana. Le risposte chiamano in causa la crisi demografica, i costi di produzione e il rapporto con il pubblico globale, ma lasciano quasi completamente fuori la domanda più scomoda: la quantità ha divorato la qualità?
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L’articolo del The Korea Herald
Ho letto con grande interesse – e una punta di irritazione – un articolo pubblicato dal The Korea Herald nel quale quattro autorevoli osservatori coreani della Hallyu, provenienti dall’industria culturale, dall’università, dalla critica e dalle istituzioni, provano a rispondere a una domanda tutt’altro che peregrina: dopo quasi trent’anni di espansione, la Korean Wave ha raggiunto il proprio apice?

La riflessione parte dal 1997, quando il drama What Is Love divenne un successo inatteso in Cina, e arriva a un presente nel quale drama, K-pop, webtoon e videogiochi coreani generano miliardi di dollari, trascinando con sé turismo, cosmetica, moda e alimentazione.
Gli esperti interpellati parlano di costi produttivi, calo demografico, saturazione dei mercati, sostegno pubblico, multiculturalismo e rapporti con i fandom internazionali.
Tutti argomenti legittimi. Eppure, arrivata alla fine dell’articolo, ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa di davvero importante. Nell’articolo si parla della Hallyu come industria, sistema produttivo, strumento di influenza e voce dell’export coreano. Molto meno come insieme di opere che qualcuno, dall’altra parte del mondo, dovrebbe ancora avere voglia di guardare e ascoltare.
Gli esperti coreani si confrontano sul futuro dell’Hallyu, ma sanno davvero cosa pensa il pubblico internazionale?
Le quattro posizioni raccolte dal The Korea Herald non sono identiche.
Ahn Ho-sang, presidente e CEO del Sejong Center for the Performing Arts di Seoul, è fiducioso nella solidità culturale della Hallyu.

Dopo 42 anni trascorsi nel settore delle arti performative, sostiene che il segnale più incoraggiante sia il continuo arrivo di nuovi artisti, generazione dopo generazione. Individua nella musica il fondamento strutturale dell’Onda coreana. Il K-pop raggiunge un pubblico molto giovane e, secondo Ahn, i gusti musicali sviluppati durante l’adolescenza tendono ad accompagnare le persone per tutta la vita, creando una base sulla quale possono innestarsi cinema, drama e musical.
A questa forza si aggiungerebbe l’unicità delle storie coreane, personali, autobiografiche ed emotivamente specifiche, capaci di proporsi come alternativa alla cultura mainstream globale. Ahn prevede quindi che lo slancio della Hallyu possa durare ancora dieci o vent’anni, a patto che – dice – mantenga la sua elevata capacità produttiva.
Hong Seok-kyeong, professoressa di Comunicazione e direttrice del Center for Hallyu Studies della Seoul National University, condivide l’importanza attribuita alla quantità.

Secondo le sue ricerche, la Hallyu sarebbe stata costruita dall’enorme volume di contenuti prodotto dalla Corea a partire dagli anni Novanta. Il suo giudizio sul futuro, tuttavia, è decisamente più preoccupato.
Le crisi affrontate in passato, osserva Hong, erano provocate soprattutto da fattori esterni. Oggi, invece, le minacce arriverebbero dall’interno dell’industria. L’aumento dei costi sta contribuendo a ridurre (!) il numero dei drama prodotti. A ciò si deve aggiungere il calo della popolazione giovanile coreana: meno giovani significa meno trainee, meno nuovi artisti e minori possibilità che dal sistema emerga il prossimo grande fenomeno.
Hong richiama inoltre l’attenzione sulla saturazione e sull’eccessiva commercializzazione della Hallyu, che starebbero alimentando stanchezza e reazioni negative in alcuni mercati internazionali.
Jung Kil-hwa, preside della Hallyu Convergence Academy della Dongguk University, ex produttore della MBC ed ex presidente della Korea Foundation for International Cultural Exchange, è il più ottimista dei quattro – e anche per me il più spassoso.

Non crede che l’età dell’oro della Hallyu sia già arrivata e ricorda tutte le volte in cui ci si affrettava a decretare “la morte dell’Onda coreana”, e poi immancabilmente arrivava un successo travolgente a dimostrare che la Hallyu era più viva che mai. Il problema è che non si limita a teorizzare, porta anche degli esempi.
Dice: ricordate quando si dava per spacciata l’Onda coreana? Poi però è arrivato il successo di Winter Sonata, Descendants of the Sun e My Love from the Stars! Drama che, per chi non lo ricordasse, sono rispettivamente del 2002, 2016 e 2014! Insomma, il successo più recente che è riuscito a citare a dimostrazione della sua tesi… è di 10 anni fa!
Jung Duk-hyun, critico specializzato in cultura pop, televisione, cinema e musica, ritiene invece che il pericolo principale non sia tanto il declino della Hallyu, ma la prospettiva eccessivamente nazionalistica attraverso la quale la Corea continua a osservarla.

Afferma che «i contenuti profondamente radicati nelle specificità locali possono inavvertitamente allontanare oppure offendere il pubblico internazionale». Una frase che a me ha lasciato francamente perplessa, e che dimostra una scarsa conoscenza del pubblico internazionale, il quale si è avvicinato ai contenuti coreani proprio perché radicati profondamente nelle specificità locali.
Il termine stesso “Hallyu”, secondo Jung, suggerisce un movimento unidirezionale: la cultura coreana che parte dalla Corea e conquista il resto del mondo. Eppure, sostiene, oggi diverse culture locali stanno acquistando visibilità e quella coreana dovrebbe essere considerata una di esse, non uno strumento con il quale conquistare il primato mondiale o accrescere il prestigio nazionale.
Jung invita quindi a costruire con i fandom internazionali rapporti sostenibili e realmente reciproci, invece di considerarli semplici destinatari di strategie commerciali o della promozione istituzionale coreana.
Cosa si obietta oggi ai drama coreani
Una delle critiche che si leggono più frequentemente a proposito dei nuovi drama è brutale nella sua semplicità: «Netflix li ha rovinati».
È una formula sommaria e, presa alla lettera, anche ingenerosa. Netflix ha permesso a moltissimi spettatori di accedere con facilità a opere che un tempo avrebbero dovuto cercare su piattaforme specializzate. Ha investito capitali enormi, sostenuto produzioni ambiziose e contribuito in maniera decisiva alla diffusione globale dell’intrattenimento coreano.
Eppure, dietro quella frase, esiste una percezione che merita di essere ascoltata. Nel tentativo di conquistare un pubblico sempre più ampio, una parte dei drama si sarebbe progressivamente “occidentalizzata”, perdendo la bellezza meno patinata ma più autentica delle produzioni del passato.

Oggi i formati si sono accorciati (le care vecchie 16 puntate ormai sono solo un ricordo!), l’estetica si è avvicinata a quella delle serie internazionali di prestigio e alcuni generi facilmente esportabili – ad esempio thriller, vendetta, survival e action – hanno ottenuto uno spazio sempre maggiore.
Nessuno di questi cambiamenti preso in sé è negativo. Il problema nasce quando l’accessibilità globale diventa omologazione e il drama coreano finisce per assumere la struttura, il ritmo e persino l’aspetto di un prodotto che potremmo trovare ovunque. Oppure, quando ogni drama inizia tragicamente ad assomigliare a tutti gli altri…
Perché una cosa che i quattro esperti sembrano dimenticare nei loro discorsi, è che il pubblico internazionale non si è affezionato ai drama quando questi hanno iniziato ad assomigliare alle serie occidentali. Ha imparato a ad amare i drama proprio perché erano diversi.
Abbiamo iniziato ad amare i kdrama perché erano coreani, non malgrado lo fossero
Per molti di noi, la scoperta dei drama ha significato entrare in un universo narrativo con regole proprie. L’importanza della famiglia e delle gerarchie sociali, il rapporto tra modernità e tradizione, la centralità del cibo, un modo decisamente più pudico di rappresentare l’intimità, la capacità di mescolare commedia, melodramma, romance e riflessione sociale all’interno della stessa storia.
Naturalmente i vecchi drama non erano tutti capolavori. Alcuni erano ripetitivi, melodrammatici, tecnicamente modesti e attraversati da dinamiche sentimentali che oggi giudicheremmo francamente tossiche.

Quello che però possedevano, anche nelle loro imperfezioni, era una grammatica riconoscibile in grado di appellarsi a emozioni universali.
Del resto, anche i maggiori successi globali della Corea hanno funzionato così. Parasite non ha nascosto la società coreana per farsi comprendere in Occidente. Squid Game ha costruito la propria potenza su problemi sociali coreani, giochi infantili coreani e rapporti di classe radicati nella Corea contemporanea. Il pubblico non ha avuto bisogno che questi elementi venissero neutralizzati, tutt’altro.
L’universalità non nasce cancellando ciò che è locale. Nasce quando una storia tanto specifica da sembrare appartenere soltanto a un luogo riesce a mostrarci qualcosa che riconosciamo anche nella nostra vita.
Il K-pop deve davvero cantare in inglese per essere globale?
La stessa tensione attraversa il K-pop. La scelta di pubblicare brani in inglese è comprensibile, perché aumenta le possibilità di accesso alle radio, alle playlist e ai grandi mercati internazionali. Una canzone in inglese non rappresenta automaticamente un tradimento e una canzone in coreano non è necessariamente migliore soltanto perché conserva la lingua di origine.

Ma è un dato di fatto che molti fan online continuano a ripetere di preferire le canzoni in coreano. Non perché comprendano ogni parola, ma perché la lingua non è mai stata un ostacolo insormontabile. Le canzoni si traducono, i testi si cercano e le parole si imparano. Peraltro, dubito che tutto il pubblico internazionale comprenda l’inglese con la stessa immediatezza della propria lingua madre.
Il vero problema, ancora una volta, non è la contaminazione. Il K-pop è nato mescolando influenze diverse e ha sempre lavorato con autori e produttori internazionali. Il rischio è la standardizzazione, ossia il rischio di iniziare a produrre brani che, per diventare globali, indeboliscano la propria identità.
L’elefante nella stanza: i coreani hanno prodotto di più, ma hanno prodotto meglio?
Ed eccoci al punto che l’articolo del The Korea Herald sfiora senza mai affrontarlo apertamente. La grande quantità di contenuti prodotti dalla Corea del Sud viene descritta quasi esclusivamente come una forza. Gli esperti sono praticamente concordi nel dire che più drama, più debutti, più sceneggiature significa maggiori possibilità che, in mezzo a tutto questo, emerga il prossimo successo mondiale.
Il ragionamento non è privo di fondamento. Una produzione ampia consente di sperimentare, moltiplica le occasioni per i nuovi talenti e rende statisticamente più probabile l’arrivo di un’opera eccezionale. Ma esiste un punto oltre il quale la quantità non alimenta più la creatività, ma anzi comincia a consumarla.
Se il numero delle produzioni cresce più rapidamente degli sceneggiatori preparati, delle maestranze, dei tempi necessari allo sviluppo e delle risorse disponibili, il risultato non è soltanto la saturazione del mercato. È un abbassamento della qualità media dei prodotti sfornati. Che è esattamente la situazione che stiamo vivendo noi oggi.
È difficile non riconoscere alcuni sintomi nella produzione degli ultimi anni:
- drama visivamente impeccabili ma narrativamente inconsistenti, che ti lasciano con un senso di insoddisfazione alla fine della visione e – quel che è peggio – che dimentichi subito dopo aver visto;
- sceneggiature che sembrano prime stesure: partono magari da un’idea promettente, ma perdono progressivamente direzione e coerenza, finendo per precipitare con impressionante regolarità verso finali deludenti che lasciano l’amaro in bocca;
- intrecci compressi in otto episodi senza avere il tempo di sviluppare personaggi e conflitti; cliché distribuiti a manate per riempire buchi narrativi grandi come crateri;
- personaggi costruiti attraverso un prontuario ormai riconoscibilissimo: il genitore invadente, la ragazza che urla anziché parlare, il trentenne trasformato in eterno cucciolone. Una volta scoperto che un determinato tipo piace al pubblico, lo si infila dappertutto come l’aglio, fino a consumarlo: l’archetipo diventa formula e la formula, inevitabilmente, macchietta;
- attori famosi utilizzati come principale strumento promozionale di opere che non hanno molto altro da offrire.
Quando si parla di «stanchezza del pubblico», quindi, bisognerebbe chiarire di quale stanchezza stiamo parlando. Forse gli spettatori non sono stanchi perché esistono troppi drama. Forse siamo stanchi perché dobbiamo vederne troppi mediocri prima di trovarne uno davvero memorabile.
Il futuro dell’Onda coreana dipende dalla sua capacità di ricordarci perché l’abbiamo amata
Il pubblico internazionale non sta chiedendo alla Corea di rimanere congelata nel 2016, uno dei suoi “anni d’oro”. Non vogliamo la ripetizione infinita degli stessi cliché, non pretendiamo che i drama ignorino il cambiamento della società e non consideriamo ogni contaminazione una minaccia. Le culture rimangono vive proprio perché evolvono, assorbono influenze e imparano a guardarsi anche attraverso gli occhi degli altri.
Ma evolvere non significa “diventare meno coreani”. E raggiungere più mercati non dovrebbe significare produrre contenuti talmente levigati e generici da non appartenere più davvero a nessun luogo.
Sicuramente, almeno dal mio punto di vista, il futuro della Hallyu non dipende dalla capacità di produrre ancora di più, ma dal coraggio di produrre meno e scegliere meglio. Bisogna dare tempo agli sceneggiatori (che non sono catene di montaggio), proteggere la varietà dei generi, permettere agli autori di sperimentare e smettere di trattare ogni successo come un marchio da spremere fino all’esaurimento.
La domanda che mi sono posta leggendo l’articolo del The Korea Herald è se l’industria coreana abbia ben chiaro che cosa abbia davvero fatto innamorare il mondo dei suoi prodotti culturali.
Io ho una percezione piuttosto netta: la Hallyu rischia di perdere pubblico non quando è troppo coreana. Rischia invece di stancarlo nel tentativo di diventare sempre più internazionale e redditizia, e continua nel frattempo a confondere la quantità con la qualità.
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