In questi giorni si è riacceso un dibattito che riguarda il mondo del beauty nell’infanzia. In un’intervista diventata virale sui social, la popolare make-up artist e imprenditrice Clio Makeup ha raccontato che sua figlia, 9 anni, è stata invitata al compleanno di un’amica a tema skincare in SPA, un party tra maschere viso, manicure e trattamenti per la pelle.
L’episodio ha riportato al centro una domanda tutt’altro che banale: la skincare sta diventando troppo precoce? E soprattutto, stiamo confondendo la cura di sé con una pressione estetica che arriva troppo presto?
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Chi sono i «Sephora Kids» e perché periodicamente se ne parla
Con l’espressione Sephora Kids si indicano bambine, solitamente tra gli 8 e i 12 anni, che frequentano negozi come Sephora e acquistano prodotti skincare e beauty pensati per gli adulti. Sempre più spesso sono influenzate da ciò che vedono sui social. Interiorizzano, così, routine complesse, prodotti virali e modelli estetici molto prima dell’adolescenza.

Il fenomeno ha sollevato dubbi e preoccupazioni, non solo per l’uso di prodotti non adatti a una pelle tanto giovane, ma anche per il messaggio che porta con sé.
Quando inizia la skincare routine in Corea del Sud
La Corea valorizza fortemente l’aspetto fisico, lo sappiamo ormai bene, e la skincare viene vissuta soprattutto come educazione alla cura di sé.
Già a 4-5 anni molti bambini (maschi e femmine) imparano una routine base semplicissima. Detergere, idratare e soprattutto mettere la protezione solare tutti i giorni. Le mamme insegnano questi gesti come forma di rispetto verso il proprio corpo.
Tuttavia, esiste un lato più ludico e commerciale non privo di ambiguità. Per anni a Seoul hanno spopolato esperienze beauty pensate appositamente per bambine.
Il ruolo dell’industria K-beauty
Il caso più noto è quello di ShuShu & Sassy (슈슈앤쎄씨), una catena di mini-saloni dove bambine tra i 4 e i 10 anni potevano fare manicure con smalti lavabili, applicare maschere viso a forma di animaletti, ricevere pedicure con bagnoschiuma profumati e persino aggiungere extension con glitter ai capelli.

Già nel 2019 il The Washington Post raccontava come l’industria K-beauty stesse iniziando a rivolgersi a bambine sempre più piccole, con prodotti, servizi e spazi dedicati. In quell’articolo venivano riportate le parole di una bambina di 7 anni intervistata in una SPA: «Il trucco mi rende carina.»
Gioco o pressione estetica?
Tutto questo apre uno spazio di riflessione importante. Non possiamo dimenticare che anche noi da bambine giocavamo coi trucchi della mamma e ci pasticciavamo la faccia nel tentativo di somigliarle o di sembrare più grandi.
Forse la differenza sta nel modo in cui queste esperienze vengono proposte oggi. Sono ancora un gioco innocente tra sorelle o amiche, oppure sono diventate un’esperienza “instagrammabile”, sostenuta da un’industria che vede nei bambini un nuovo mercato?
Il beauty scopre i bambini: nuove linee per nuovi consumatori
Se fino a pochi anni fa il tema riguardava i mini-saloni o i prodotti usati “per imitazione”, oggi il discorso si sta spostato in modo esplicito verso i bambini visti e pensati come consumatori.

Il caso più noto e discusso è quello di rini, brand lanciato nel novembre 2025 da Shay Mitchell con un posizionamento dichiaratamente rivolto ai più piccoli (a partire da 3 anni!)
Il brand è ispirato alla K-beauty e sviluppato con laboratori in Corea del Sud.
Offre prodotti come maschere in hydrogel, detergenti e formule delicate realizzate per la pelle giovane.
Il punto qui non è tanto l’esistenza di prodotti delicati, pensati appositamente per i più piccoli. Il punto è che l’infanzia viene ormai raccontata come nuovo spazio di consumo.
Non a caso il lancio di rini ha acceso un dibattito immediato tra media, esperti e genitori. Da un lato il brand insiste sull’idea di sicurezza e “gentilezza” sulla pelle; dall’altro molte critiche si concentrano proprio sul significato di questa operazione.
Iniziare la skincare troppo presto non significa solo esporre la pelle a trattamenti non necessari e potenzialmente stressanti, ma interiorizzare un’idea precisa: dobbiamo migliorarci, essere all’altezza di certi standard, apparire “carine” a tutti i costi. Un messaggio pericoloso per delle bambine così piccole, soprattutto quando a veicolarlo è un’industria che ha interesse a costruire e alimentare quel bisogno.

Insomma, non siamo più soltanto davanti a bambine che imitano gli adulti per gioco. Siamo davanti a un sistema che inizia a pensare e progettare dei prodotti direttamente per loro – che diventano i consumatori finali.
Una sana educazione alla cura di sé
A questo punto la domanda non è solo se la skincare sia giusta o sbagliata a una certa età.
La domanda è dove finisce l’educazione alla cura di sé e dove inizia il rischio di far sentire una bambina già “inadeguata”. È giusto insegnare l’amore per il proprio corpo, ma allo stesso tempo dovremmo chiederci se non sia altrettanto necessario proteggerla dalla pressione di dover essere “carina” troppo presto.
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