Tradizioni del Giappone: i denti neri

Ohaguro Giappone tintura dei denti

Un sorriso bianco e splendente è di sicuro per noi segno di bellezza. Cosa pensereste se vi dicessi che in Giappone, per secoli, l’ideale estetico è stata molto diverso?

Ebbene sì, un tempo le donne giapponesi, specie le più abbienti, erano solite tingersi i denti di nero. La tintura era ottenuta con una soluzione a base di ferro ossidato in aceto, spesso combinata con sostanze ricche di tannini, come tè o estratti vegetali..

Nell’articolo approfondiremo questa antica tradizione nipponica, cercando di capirne le origini, il significato e le ragioni culturali che l’hanno resa, per secoli, un segno di bellezza e distinzione sociale.

Ohaguro, una tradizione molto antica

L’abitudine di tingersi i denti prende il nome di Ohaguro, termine giapponese che indica l’annerimento dei denti – benché esista più di un modo di scriverlo e pronunciarlo.

L’Ohaguro è attestato in Giappone già in epoca Heian, tra il 794 e il 1185, quando la corte imperiale di Kyoto dettava mode, rituali e codici estetici dell’aristocrazia. Fu proprio in questo ambiente che l’annerimento dei denti iniziò a diffondersi come segno di raffinatezza e appartenenza sociale.

Per le ragazze dei ceti più elevati, l’Ohaguro poteva rappresentare una sorta di rito di passaggio. Non era soltanto una scelta estetica, ma un segno visibile dell’ingresso nella vita sociale aristocratica. Col tempo, la pratica venne adottata anche da membri della nobiltà guerriera e da alcune famiglie di samurai, soprattutto in relazione alle cerimonie che sancivano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Ohaguro Giappone tradizione denti neri

Con il passare dei secoli, l’Ohaguro iniziò a diffondersi anche tra donne di ceto medio. Durante il periodo Edo, cioè tra il 1603 e il 1868, la pratica era ormai riconoscibile tra molte donne comuni, soprattutto se sposate o geishe. Tuttavia, rimase vietata per le classi sociali più povere, i vagabondi e gli emarginati.

Questa tradizione è stata incredibilmente longeva. L’Ohaguro attraversò secoli di storia giapponese e arrivò fino all’età moderna, prima di entrare in crisi con la Restaurazione Meiji, iniziata nel 1868, quando il Giappone cominciò a ridefinire la propria immagine pubblica secondo modelli sempre più occidentalizzati. In quel nuovo clima di modernizzazione, molte pratiche tradizionali legate all’abbigliamento e all’aspetto esteriore vennero scoraggiate e progressivamente abbandonate.

Intorno al 1870 furono emanati provvedimenti contro l’annerimento dei denti, soprattutto negli ambienti nobiliari e ufficiali. Ma il momento simbolico più importante arrivò nel 1873, quando l’Imperatrice Shōken apparve pubblicamente con i denti bianchi. Fu un gesto chiave perché, se prima i denti neri erano stati segno di eleganza e distinzione, da quel momento in poi il sorriso bianco iniziò a imporsi come nuovo modello di raffinatezza moderna.

Imperatrice Shoken denti bianchi

Oggi è possibile vedere donne con i denti pitturati di nero in occasione di alcuni festival e nei distretti delle geishe. Può ancora accadere, infatti, che una geisha decida di farsi annerire i denti nell’ultima fase del suo apprendistato.

Ohaguro, i motivi di questa tradizione

Ma quali sono i motivi che hanno portato al radicarsi di questa pratica in Giappone? La prima risposta è estetica, e per noi oggi può sembrare sorprendente. Nella cultura giapponese tradizionale il nero lucido, simile alla lacca, era considerato estremamente elegante. Non era percepito come qualcosa di cupo o sgradevole, al contrario! Veniva percepito come raffinato, intenso, prezioso.

L’Ohaguro, inoltre, creava un contrasto molto netto con il volto incipriato di bianco. I denti neri rendevano il viso conforme a un preciso codice di eleganza.

Tradizioni dal Giappone

Se a questo aggiungiamo che la particolare mistura usata per l’Ohaguro (a base di ferro ossidato in aceto, talvolta combinato con tè o altre sostanze ricche di tannini) poteva avere effetti benefici sulla salute dentale, capiamo meglio perché questa pratica abbia avuto tanto successo. Non era soltanto una questione di bellezza. I denti anneriti potevano anche risultare più protetti da carie e deterioramento.

Denti neri: una tradizione non solo giapponese

Annerirsi i denti non è stata una pratica esclusivamente giapponese. Forme di annerimento dentale sono documentate anche in diverse aree dell’Asia orientale e soprattutto del Sud-est asiatico, dal Vietnam alla Thailandia, dal Laos ad alcune comunità della Cina meridionale.

A seconda dei luoghi, scurirsi i denti poteva indicare maturità, bellezza, rispettabilità, appartenenza a un gruppo sociale o disponibilità al matrimonio. Non erano quindi percepiti come qualcosa di “strano” o di sgradevole, ma come un segno riconoscibile di civiltà, identità e integrazione nella comunità.

Ad esempio, in Vietnam l’annerimento dei denti è una tradizione antichissima. Una ricerca recente ha individuato tracce compatibili di questa pratica in resti umani risalenti a circa duemila anni fa, nel nord del Paese. Si è scoperto che i denti venivano tinti in segno di disponibilità al matrimonio. Inoltre, si riteneva che soltanto gli animali, i selvaggi e gli spiriti maligni avessero denti bianchi.

In Thailandia e in altre zone del Sud-est asiatico, invece, i denti scuri furono a lungo considerati semplicemente belli ed eleganti: un ideale estetico molto diverso dal nostro – secondo una concezione che si avvicinava a quella del Sol Levante.

Ohaguro Bettari, la creatura dai denti neri

Nel folklore giapponese esiste anche uno yōkai legato all’ohaguro. Gli yōkai sono creature soprannaturali della tradizione popolare giapponese. Non semplici fantasmi, ma spiriti, mostri, apparizioni o esseri ambigui sospesi tra il mondo umano e quello del mistero.

Questa creatura si chiama Ohaguro Bettari ed è spesso avvicinata ai nopperabō, gli spiriti senza volto. Il suo nome contiene già il cuore della leggenda: ohaguro rimanda all’annerimento dei denti, mentre Bettari evoca qualcosa di steso, spalmato, reso vistoso fino al grottesco.

Ohaguro Bettari

La leggenda narra che a tarda notte vicino a templi e santuari si può vedere una splendida donna vestita elegantemente. Sembra vagare senza meta e il suo intento è quello di attirare a sé dei giovani uomini i quali, vedendola da lontano, non sono in grado di resistere al suo fascino.

Finché non si fanno sempre più vicini….

Da lontano una Ohaguro Bettari è bellissima ed elegante. Nasconde il volto, quasi in modo ritroso e pudico. Ma quando finalmente si svela al malcapitato è troppo tardi.

Al giovane si rivela un viso senza naso e senza occhi, ricoperto da uno spesso strato di trucco, che non contiene nient’altro che un’enorme bocca spalancata piena di denti anneriti, deformata da una risata inquietante. Il giovane uomo scapperà in preda allo shock, oppure sverrà dal terrore.

Ma cosa rappresenta questa leggenda?

Ascolta l’episodio del podcast

Il significato della leggenda dell’Ohaguro Bettari

Nelle fonti giapponesi l’Ohaguro Bettari non sembra essere semplicemente una “sposa fantasma”, come spesso viene raccontato online.

La fonte principale è l’Ehon Hyakumonogatari [Libro illustrato dei cento racconti], pubblicato nel 1841, in pieno periodo Edo. Qui si racconta che un uomo passa davanti a un vecchio santuario, vede una donna dall’aspetto gradevole intenta a pregare e, quasi per scherzo, le rivolge la parola. Quando lei si volta, però, l’illusione si spezza. Il suo volto non ha occhi né naso, ma soltanto una grande bocca che ride, piena di denti anneriti.

Nel Giappone tradizionale l’Ohaguro era un segno familiare e persino elegante – come abbiamo detto in precedenza. La paura dell’uomo, quindi, non nasce dai denti neri, ma da quel viso senza tratti riconoscibili. Nasce, cioè, nel momento in cui qualcosa che da lontano sembrava normale smette improvvisamente di esserlo. Il volto cancellato. Un’enorme bocca deformata da una risata grottesca. Quindi, il familiare che diventa perturbante.

L’Ohaguro Bettari parla proprio di questo, della fragilità dell’apparenza. Racconta che il mondo visibile può ingannare, che la bellezza può essere un’illusione, che ciò che sembra umano può rivelarsi umano solo a metà. Il conoscibile che diventa inconoscibile. La realtà quotidiana che, per un istante, smette di essere affidabile.

C’è anche un avvertimento implicito in questa storia: non disturbare ciò che non conosci, soprattutto in uno spazio liminale. La scena avviene infatti davanti a un vecchio santuario, un luogo già sospeso tra umano e sacro, tra quotidiano e soprannaturale. L’uomo vede una donna intenta a pregare e le parla con leggerezza, quasi per gioco. In risposta, viene scioccato e terrorizzato da lei.

L’Ohaguro Bettari sembra dunque essere un racconto del perturbante giapponese, che ci parla della fragilità dell’apparenza, ci dice che il mondo visibile può ingannare e la bellezza può essere una maschera spaventosa.

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