Adozioni illegali in Corea del Sud: negli ultimi tempi questo tema è tornato al centro dell’attenzione, grazie a indagini che hanno rivelato falsificazioni di documenti, abusi e famiglie divise. Dietro queste indagini ci sono persone e storie che per anni sono rimaste in silenzio.
Una di queste è quella di Stefania, ritrovata a Seoul nel maggio del 1970 e adottata pochi mesi dopo da una famiglia italiana. Oggi, grazie a nuove rivelazioni e al suo coraggio nel raccontarsi, possiamo ricostruire cosa accadeva davvero dietro le quinte delle adozioni internazionali e capire perché questo scandalo continua a fare rumore in tutto il mondo.
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Adozioni illegali in Corea del Sud: come inizia la ricerca di Stefania sulle sue origini
«Un buon genitore è chi si prende cura di te, non chi ti mette al mondo», dice Stefania, oggi 54 anni.
Stefania è nata in Corea del Sud, ma da piccolissima è stata adottata da una famiglia italiana. Per quarant’anni ha avuto una vita serena, costruita passo dopo passo senza sentire il bisogno di fare domande sulle proprie origini.
Poi sono arrivati i figli, Martina e Riccardo, e qualcosa è cambiato dentro di lei.
Quando Riccardo è nato, i suoi occhi erano blu, come capita a molti neonati. Con il tempo, però, sono diventati sempre più chiari, fino a virare verso un verde nocciola. Nulla di insolito, visto che il padre ha gli occhi azzurri, decisamente bizzarro considerando le sue origini asiatiche.
Da quel momento ha iniziato a interrogarsi. Durante le visite, medici e pediatri le facevano domande per completare la sua anamnesi familiare, domande a cui Stefania non sapeva rispondere. Stefania stessa è affetta da nistagmo oculare, un disturbo che provoca movimenti involontari degli occhi e che spesso è legato a un trauma alla nascita, ma non saprà mai da cosa sia stato causato.
Così, tra curiosità e necessità, è nato in lei il desiderio di conoscere le proprie origini, di ricostruire una storia rimasta a lungo in ombra. Stefania ha iniziato a cercare informazioni che per tutta la vita le erano mancate: risposte, dati, forse un volto. Ha deciso così di scrivere al Korean Adoption Services (KAS), il servizio pubblico che coordina le ricerche post-adozione, recuperando i file originali dalle agenzie private che un tempo gestivano le pratiche.
E’ stato il primo passo di un viaggio lungo anni, tra moduli complessi, burocrazia in inglese e scambi di email che hanno richiesto pazienza e determinazione.
«Senza la conoscenza della lingua inglese, sarebbe stato impossibile anche solo iniziare», racconta.
Quando ha ricevuto il fascicolo sperando in un frammento di verità, si è dovuta ricredere. Sui documenti non c’era nessuna informazione certa sui genitori biologici. Compariva un nome fittizio – Park Da Rae – assegnato al momento del ritrovamento, e una data di nascita solo ipotetica, calcolata in base all’età apparente della neonata.
«Ho riletto quelle righe mille volte. Era come se la mia identità non fosse mai esistita».
Come lei, dal dopoguerra a oggi migliaia di bambini coreani sono stati adottati all’estero, spesso senza conoscere la verità sulle proprie origini.

Perché la Corea ha scelto la via delle adozioni internazionali
Negli anni in cui Stefania nasceva, la Corea del Sud era un Paese povero, uscito devastato dalla guerra e ancora instabile politicamente.
Per capire come la Corea sia arrivata a sviluppare un sistema di adozioni così vasto, bisogna guardare al suo passato recente. Dal 1910 al 1945, il Paese è stato sotto dominazione giapponese, che ha cercato di cancellarne lingua, cultura e identità nazionale.
Dopo la liberazione, la Corea è stata divisa in due, Nord e Sud, diventando terreno di scontro nella Guerra Fredda. La guerra di Corea (1950-1953) ha devastato la penisola, lasciando scie di morti, infrastrutture distrutte e molte famiglie in lotta per la sopravvivenza.
Negli anni ’60 e ’70, sotto la dittatura militare, la Corea del Sud ha avviato un processo di industrializzazione che avrebbe raggiunto il suo picco negli anni ’80, trasformando il Paese in uno dei ‘miracoli economici’ dell’Asia. Tuttavia, la mentalità collettiva rimaneva profondamente confuciana e patriarcale.
I valori tradizionali, legati al lignaggio familiare e alla “purezza” etnica e culturale, continuavano a dominare la società. In questo contesto, le madri single, i bambini nati da soldati americani e chiunque non rientrasse negli standard di rispettabilità venivano emarginati, considerati una vergogna personale e collettiva, che ricadeva sull’intera famiglia e sulla comunità.
Non solo. Per il governo sudcoreano, mandare i bambini all’estero era meno costoso che costruire un sistema di welfare interno capace di sostenere orfanotrofi e famiglie in difficoltà. E la forte di domanda di adozioni da parte dell’Occidente incentivò ulteriormente il sistema.
Le adozioni illegali coreane: uno strumento di controllo sociale
Insomma, le adozioni internazionali venivano presentate come una soluzione “umanitaria” e, allo stesso tempo, funzionavano come un meccanismo di controllo sociale, un modo per allontanare i bambini considerati “scomodi”, nati fuori dal matrimonio, figli di madri single, di soldati americani o di coppie troppo povere.
La società coreana dell’epoca, infatti, era profondamente gerarchica e rigidamente legata all’idea di lignaggio familiare (jongjok, 종족) e di “sangue puro” (hyeoltong, 혈통). La legittimità della nascita determinava il valore di una persona all’interno della comunità. Un figlio nato fuori dal matrimonio portava con sé uno stigma che ricadeva non solo sulla madre, ma sull’intera famiglia.
In numerosi casi documentati, si legge che madri single furono ingannate o spinte a cedere i figli, talvolta con la promessa di soluzioni temporanee. Significava, per esempio, sentirsi dire che “il bambino tornerà quando starai meglio”, firmare moduli che non si riuscivano a leggere, scegliere tra il lavoro e il figlio, tra un tetto e lo sfratto, tra la famiglia che ti rinnega e l’istituto che “lo accoglie”. In realtà, quei bambini venivano registrati come orfani e mandati oltreoceano senza possibilità di ritorno.
Una madre intervistata dal Boston Post Adoption Resources ha raccontato di essere stata costretta a nascondere la gravidanza, partorire in segreto e lasciare il neonato in un istituto, senza mai più rivederlo, perché la sua famiglia l’aveva minacciata di disonorarla e cacciarla di casa se avesse deciso di tenerlo.
Un’altra testimonianza, raccolta dall’Associated Press, parla di una donna che, dopo aver firmato moduli che credeva servissero a garantire cure temporanee, scoprì anni dopo che il figlio era stato dichiarato ufficialmente orfano e adottato all’estero senza il suo consenso.
«È stato un sistema frettoloso e sommario, più assimilabile a un mercato di bestiame che al mondo delle adozioni», commenta Stefania.
Le sue parole sono dure. Dicono molto di come quella gestione viene percepita da chi, a distanza di decenni, scopre che la propria storia è stata ridotta a pochi moduli burocratici.
Le adozioni illegali coreane: un «mercato di bestiame»
Tra gli anni ’50 e gli anni ’80, tra 140.000 e 200.000 minori coreani vennero adottati all’estero. Gli Stati Uniti furono la principale destinazione, ma migliaia arrivarono anche in Europa, compresa l’Italia.
Le agenzie di adozione, spesso private, agivano con scarsa vigilanza. I documenti venivano falsificati, i nomi cambiati, le date di nascita inventate — come mostrano inchieste e atti ufficiali emersi negli ultimi anni.
Stefania lo ha vissuto sulla propria pelle. Il nome che porta, “Park Da Rae”, non era quello scelto dai suoi genitori biologici: le venne assegnato dalla polizia il giorno in cui fu ritrovata. Anche la sua data di nascita, il 23 maggio 1970, non corrisponde a una certezza. Era soltanto una stima, calcolata approssimativamente in base all’età presunta della neonata.
Nei documenti non c’è alcuna traccia di sua madre, di suo padre o di una famiglia biologica, solo informazioni generiche, che non raccontano nulla di chi fosse davvero.
In mezzo a quelle carte, una frase spicca più delle altre.
«Since you were a baby, there might have been a very little chance for you to get lost. So your birth father, birth mother, or birth parents might have left you somewhere because of various reasons».
Trad.: «Essendo una neonata, era molto improbabile che ti fossi persa. È possibile che tuo padre, tua madre o i tuoi genitori ti abbiano lasciata da qualche parte per vari motivi».
È una formula burocratica, impersonale, ma pesa.
«Può un genitore perdere la propria figlia? E può un’associazione non elencarti i motivi per cui in quegli anni venivano dati in adozione tanti bambini?», si chiede Stefania. «So che in Corea vige una certa resistenza nel fornire notizie a persone adottate. Ancora oggi mi domando se realmente il KAS abbia fatto tutto il possibile per avere maggiori informazioni sulla mia breve permanenza a Seoul».
Le violazioni dei diritti umani
Per decenni, queste pratiche sono rimaste nell’ombra. La Corea del Sud ha costruito un’immagine di successo internazionale, promuovendo la Korean Wave e la crescita economica, mentre la diaspora degli adottati rimaneva invisibile.
Negli ultimi anni, gli adoptee, gli adulti adottati all’estero, hanno cominciato a fare rete. Sono nate associazioni e gruppi di attivisti che raccolgono testimonianze, documenti e storie personali, per dare voce a chi per decenni non ne ha avuta.
Dal 2022, alcuni di questi gruppi — tra cui il Danish Korean Rights Group — hanno presentato petizioni collettive alla Truth and Reconciliation Commission coreana, chiedendo di fare luce sulle pratiche delle adozioni internazionali.
Nel marzo 2025, la Commissione ha concluso che ci sono state violazioni sistemiche dei diritti umani e che lo Stato coreano ha delegato per troppo tempo la gestione delle adozioni a agenzie private, con scarsa vigilanza.

La ratifica della Convenzione dell’Aja: una svolta per le adozioni in Corea del Sud
Delegando la gestione alle agenzie private, lo Stato coreano ha permesso la creazione di un sistema opaco in cui errori, abusi e veri e propri crimini hanno potuto prosperare. A giugno 2025 il governo ha finalmente ratificato la Convenzione dell’Aja, un trattato internazionale che introduce regole severe per prevenire abusi, traffico di minori e adozioni illegali.
Con questo atto, la Corea del Sud si è impegnata a chiudere definitivamente il vecchio modello basato sulle agenzie private, avviando una transizione verso un sistema pubblico, in cui lo Stato controllerà direttamente ogni fase dell’adozione per garantire trasparenza e legalità.
Pochi giorni dopo, a luglio 2025, il governo coreano ha confermato questa scelta, annunciando ufficialmente la fine delle adozioni gestite dai privati e l’avvio della costruzione del nuovo modello statale. La Convenzione entrerà ufficialmente in vigore il 1° ottobre 2025, segnando una svolta storica nella gestione delle adozioni internazionali.
Ma per Stefania, queste riforme sono arrivate troppo tardi. Dopo aver letto gli scarni documenti e non aver trovato le risposte che cercava, scrive così nella sua ultima email al KAS:
«Grazie per le informazioni sulle possibili strade per continuare la mia ricerca, ma penso che non farò altri tentativi per trovare la mia famiglia, perché hanno scelto di abbandonarmi».
Corea del Sud: tra modernità e fantasmi del passato
Oggi Stefania guarda alla Corea con sentimenti contrastanti. C’è curiosità, ma anche distanza. Nella sua percezione, la società coreana appare ancora rigida, dominata da gerarchie, status, appartenenza di classe.
«Ho la sensazione che ci sia vergogna per quello che è accaduto, ma anche un orgoglio profondo», dice Stefania. «La Corea di oggi è modernissima, ma sotto la superficie certi meccanismi non sono cambiati».
Questa impressione è riferita anche da molti adottati che tornano nel Paese d’origine: la difficoltà non è solo burocratica, ma culturale. Chi cerca la famiglia biologica deve confrontarsi con silenzi, rifiuti, con una memoria collettiva che preferisce dimenticare.
Un silenzio che pesa: la Corea e la memoria rimossa delle adozioni
Molti adottati coreani che tornano nel Paese d’origine in cerca delle proprie origini scoprono, una volta atterrati a Seoul, che la moderna Corea è un luogo che sembra aver dimenticato una parte della propria storia. Documenti incompleti, informazioni falsificate e ostacoli amministrativi sono solo la superficie di un problema più profondo: una società che cancella ciò che non vuole vedere.
Un’indagine di The Guardian ha rivelato come, per decenni, intere identità siano state cancellate o alterate, rendendo quasi impossibile per gli adoptee risalire alle proprie origini. «La Corea sta nascondendo il nostro passato», ha dichiarato una donna adottata negli Stati Uniti, sintetizzando la frustrazione di chi si scontra con un sistema che continua a proteggere se stesso invece che le persone coinvolte.
Anche chi decide di trasferirsi in Corea per cercare le proprie radici incontra barriere invisibili. Un reportage di The Diplomat racconta la storia di una donna adottata che, pur essendo nata in Corea, è stata trattata come straniera dalle stesse autorità, e costretta a lasciare il Paese ogni tre mesi per questioni di visto, come se non appartenesse a quella terra. Una metafora dolorosa di come molti adoptee vengano percepiti: né pienamente coreani, né completamente stranieri.
La difficoltà non riguarda solo i singoli casi. Online, comunità di adottati come quelle raccontate da Rest of World descrivono il senso di isolamento e diffidenza che si prova nel tentativo di fare rete, di condividere storie e informazioni. Persino le conversazioni tra adoptee sono cariche di dolore e di segreti, segno di quanto sia radicata la reticenza culturale verso questo tema.
Per chi cerca la famiglia biologica, la sfida non è solo ricostruire un albero genealogico: è rompere un muro di silenzi, fatto di omissioni e rifiuti. Un muro che, ancora oggi, racconta quanto la Corea preferisca guardare avanti, lasciando irrisolto un passato che migliaia di persone stanno ancora cercando di ricomporre.
Oltre la storia di Stefania
Per Stefania, questa storia non è mai stata una questione sentimentale. Non ha mai cercato una madre o un padre da riabbracciare, e non si è mai sentita incompleta. «Un buon genitore è chi ti cresce, non chi ti mette al mondo. Perché dunque cercare qualcuno che ha deciso di non tenerti con sé?», dice, con una calma che non lascia spazio a equivoci.
Eppure, quando le si chiede cosa farebbe se un giorno arrivasse una telefonata da Seoul, il suo sguardo cambia.
«Sarei contenta. Non per colmare un vuoto, ma per dare un senso alle domande rimaste senza risposta. Vorrei sapere chi erano, perché hanno preso quella decisione. Ci sono molte cose che non so».
Stefania oggi vive con serenità. Sta imparando la lingua coreana, ha deciso di visitare Seoul, ma il viaggio sarà per lei soprattutto un atto di conoscenza, non di riconciliazione.
«Non torno per cercare una famiglia che non ho mai conosciuto. Torno per capire un Paese che, nel bene e nel male, è parte della mia storia».
Il suo messaggio, alla fine, è semplice e potente:
«Per capire bisogna conoscere. Prima di giudicare, bisogna informarsi».
La vicenda di Stefania è unica, ma non isolata. Oggi, mentre la Corea del Sud promette riforme e trasparenza, migliaia di adulti nel mondo attendono ancora di sapere chi sono, da dove vengono, e perché la loro storia è stata cancellata. Alcuni troveranno risposte, altri solo nuove domande.
Quello che resta è la necessità di ricordare e raccontare. Dietro ogni fascicolo incompleto c’è una persona che, come Stefania, ha il diritto di essere vista e riconosciuta. La memoria non appartiene solo a chi ha vissuto queste storie: è un atto politico e collettivo, che mostra chi siamo come società e il modo in cui scegliamo di affrontare il nostro passato.
Ci tengo molto a ringraziare Stefania per aver avuto la forza di raccontarmi la sua storia. È per lei se ho potuto approfondire questo tema e indagare su un sistema che ha segnato la vita di migliaia di famiglie in Corea e nel mondo.
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