Half Man, recensione della serie HBO di Richard Gadd

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Nel 2024 Baby Reindeer era stata una delle serie rivelazione di Netflix. Quando è stata annunciata Half Man, la nuova miniserie creata, scritta e interpretata da Richard Gadd, ero quindi curiosissima.

Mi interessava capire se, dopo il successo mondiale di Baby Reindeer, Gadd fosse capace di costruire una storia altrettanto potente senza appoggiarsi così direttamente alla propria esperienza autobiografica.

La risposta, arrivata al termine dei sei episodi, non è semplice. Half Man è una serie ambiziosa, ben realizzata e recitata, capace di regalare almeno un episodio eccellente e alcune scene memorabili. È anche, però, un racconto che parte con una precisione impressionante e perde progressivamente compattezza. Ma vediamo tutto nel dettaglio.

Niall e Ruben si conoscono da adolescenti nella Scozia degli anni Ottanta, quando le loro madri iniziano una relazione. Non hanno alcun legame di sangue, ma crescono come fratelli.

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Mitchell Robertson (Niall) e Stuart Campbell (Ruben)

Ruben è fisicamente imponente, impulsivo e aggressivo; Niall è timido, studioso e vulnerabile, alle prese con una sessualità che non riesce a comprendere né ad accettare.

Quello che nasce come un rapporto di diffidenza si trasforma presto in un legame strettissimo. Ruben diventa l’«ombra» di Niall, il centro del suo mondo. Niall trova in Ruben la forza che sente di non possedere. In circa quarant’anni i loro percorsi continuano ad allontanarsi e a incrociarsi, fino al matrimonio di Niall, quando Ruben riappare e un improvviso scoppio di violenza riporta a galla tutto ciò che i due non hanno mai davvero risolto.

Ruben prende a pugni Niall il giorno del suo matrimonio. Eppure, per capire come mai Niall non riesca a liberarsi di lui, bisogna tornare al momento in cui quella stessa violenza lo ha salvato.

È su questo paradosso che si costruisce Half Man: la storia di un legame diventato tossico proprio perché, prima ancora, era stato inebriante e necessario.

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Un primo episodio quasi perfetto

Il primo episodio, di gran lunga il più potente dei sei, ci mostra il momento esatto in cui questa co-dipendenza prende forma.

Niall è un adolescente isolato, perseguitato dai compagni e incapace di difendersi. L’arrivo di Ruben, appena uscito dal carcere minorile, lo spaventa a morte. Tuttavia, ben presto, il ragazzo scopre che quella presenza tanto minacciosa può diventare anche la sua armatura. Ruben allontana i bulli e lo protegge, mentre Niall è il primo a offrirgli fiducia e dargli affetto e ammirazione.

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Il problema è che lo scambio sul quale si fonda il loro rapporto è tossico, manipolatorio e parassitario.

Half Man viene presentata soprattutto come una serie sulla mascolinità tossica. Ruben ne rappresenta la forma più visibile: il corpo trasformato in arma, la violenza usata come linguaggio, l’ossessione per il controllo, il denaro speso per gli altri (nell’ultimo episodio Ruben dirà di se stesso «Mi piaceva il ruolo di chi si prende cura») e la capacità di proteggere chi considera suo.

Niall, d’altro canto è colto, sensibile, fisicamente fragile e spesso vittima della violenza altrui. Eppure, la sua mascolinità è altrettanto corrosa dalla vergogna, dall’invidia e dal bisogno di nascondersi. Niall usa Ruben come scudo e, in alcuni momenti, persino come arma. Conosce la sua rabbia, sa come attivarla (pensiamo a quando lo chiama dal college e gli dice «Ho bisogno di te», ben consapevole di quali conseguenze quella semplice frase saprà scatenare) e può poi rifugiarsi nella posizione vittimistica di chi non ha sferrato materialmente il colpo.

Cosa tiene legati Ruben e Niall?

«Fratelli di madre diversa», questa è la frase che risuona sinistra nel giorno del matrimonio di Niall, dopo quarant’anni di violenze, manipolazioni, bugie, tradimenti, galera e dolore. Ma «fratelli» non basta a spiegare la forza con cui i due continuano a cercarsi, la gelosia, il bisogno di approvazione e il potere che esercitano l’uno sull’altro.

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Il giorno del matrimonio è quello della resa dei conti. Niall sta per sposare Alby, l’unico uomo con cui sia riuscito a ritagliarsi qualche scampolo di serenità, ed è terrorizzato dalla comparsa di Ruben, ospite non invitato e tutt’altro che gradito.

Eppure, un dettaglio rivela quanto quel legame sia rimasto intatto, nonostante la separazione, la rabbia e le crudeltà che i due si sono inflitti nel corso dei decenni. Quando l’officiante chiede a Niall se vuole prendere Alby come marito, Niall cerca Ruben tra gli invitati. I loro sguardi rimangono agganciati per alcuni istanti finché Ruben annuisce lievemente con la testa. Soltanto allora Niall pronuncia il suo «sì».

Quel gesto ci dice più di qualsiasi dialogo. Nel momento in cui sta scegliendo pubblicamente una vita senza Ruben, Niall ha ancora bisogno della sua approvazione. L’uomo che teme di più rimane anche quello al quale riconosce il potere di autorizzare le sue scelte.

Per questa serie Richard Gadd si è sottoposto a una straordinaria trasformazione fisica, aumentando di circa 40 chili in un anno proprio per rendere l’idea di un uomo che usa la propria presenza come strumento di dominio.

Il suo Ruben è quasi animalesco (cosa che emerge anche nel modo in cui modula la voce, se guardate la serie con audio originale). Occupa lo spazio in modo minaccioso, ha occhi febbrili. È questo magnetismo a rendere credibile la dipendenza di Niall. Se Ruben fosse soltanto un bullo violento, non comprenderemmo perché tutti continuino a esserne attratti. La sua pericolosità nasce proprio dal carisma.

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Stuart Campbell regge benissimo il confronto con Gadd, rendendo credibilissimo il giovane Ruben senza limitarsi a imitarne gesti e aggressività. Il suo personaggio è attraversato da una vitalità febbrile: irrequieto, seduttivo e sempre sul punto di trasformare l’energia in violenza.

Tutto il cast, del resto, lavora a un livello altissimo. Mitchell Robertson restituisce perfettamente la fragilità e il bisogno di approvazione del giovane Niall, mentre Jamie Bell ne raccoglie le contraddizioni adulte, dandoci un personaggio moralmente ambiguo, tormentato e fortemente autodistruttivo.

Nel quarto episodio assistiamo a quella che, a mio avviso, è l’interazione più bella tra i due protagonisti. Dopo gli anni trascorsi da Ruben in carcere e i fallimenti accumulati da Niall (l’abbandono di Oxford, il mancato coming out) i due si rinfacciano tutto in un climax di rabbia. L’invidia, l’abbandono, le occasioni perdute, la convinzione che l’altro abbia avuto una vita più facile. Poi, stremati dalla propria stessa rabbia, si chiedono scusa e si abbracciano.

È un quarto d’ora magnifico, recitato con un’intensità impressionante. Non redime il loro rapporto e non cancella la violenza che lo attraversa. Al contrario, spiega perché sia tanto difficile interromperla. Ruben e Niall riescono ancora a raggiungersi in un luogo emotivo complesso, al quale nessun altro tranne loro ha accesso.

Il finale di Half Man è straordinariamente coerente con l’intera vicenda, e Richard Gaad lo ha riassunto così: «Non potevano vivere insieme. Dovevano, in un certo senso, morire insieme».

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Questa coerenza, tuttavia, non si traduce in una piena soddisfazione. Il finale mi ha lasciata parzialmente delusa, non per la morte dei protagonisti, che considero perfettamente adatta alla storia, ma per il percorso che conduce fin lì. Dopo un primo episodio eccellente per emozioni, ritmo e coerenza, la narrazione si allarga, si sfilaccia e finisce per perdere parte del proprio centro.

Il nucleo più riuscito della serie è per me l’interazione tra i due protagonisti, che vengono però tenuti a lungo separati. Ruben entra ed esce dal carcere, mentre Niall si dibatte nella propria confusa vita sentimentale e sessuale. Una distanza comprensibile sul piano narrativo, ma che priva Half Man del suo elemento più potente. Ogni volta che Ruben e Niall sono nella stessa stanza, la serie si accende; quando segue separatamente i loro percorsi, perde inevitabilmente tensione.

Nonostante questo, Half Man rimane una produzione di alto livello, ben diretta, ottimamente recitata e capace di costruire momenti di autentica potenza emotiva. Personalmente ne ho apprezzato ogni minuto, anche quando la visione si è fatta disturbante. La forza delle singole scene non sempre riesce a tradursi nella stessa forza d’insieme: con il procedere degli episodi, la serie restituisce una sensazione di disordine e sfilacciamento.

Rimpiango la perfezione narrativa e formale della prima puntata, ma Half Man rimane la storia intensa di due uomini che si sono salvati a vicenda da ragazzi e che, da adulti, non hanno saputo immaginare una forma d’amore diversa dalla dipendenza e dalla distruzione.

Voto: 7
Dove vederla: HBO Max
Numero ep: 6
Durata: 1h circa

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