Dopo il successo di Dahmer e La storia dei fratelli Menendez, Ryan Murphy e Ian Brennan tornano con un nuovo capitolo della loro antologia dedicata ai grandi casi criminali americani.
Stavolta tocca a Ed Gein, conosciuto come il Macellaio di Plainfield, figura reale che è entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo, ispirarando personaggi come Norman Bates (Psycho), Leatherface (Non aprite quella porta) e Buffalo Bill (Il silenzio degli innocenti). Un nome che da solo evoca l’abisso dell’orrore. E forse proprio per questo, Monster – La storia di Ed Gein è anche l’episodio più controverso e disturbante dell’intera saga.
La storia (vera) di Ed Gein
Ed Gein nacque nel 1906 a La Crosse, Wisconsin, e visse in un clima familiare tossico, dominato da una madre fanatica religiosa che lo isolò dal mondo e lo convinse che il sesso fosse peccato e le donne incarnazioni del male.

Dopo la sua morte, Gein sviluppò un rapporto ossessivo con i cadaveri, arrivando a riesumare corpi dai cimiteri locali e a utilizzare resti umani per creare feticci e oggetti di uso quotidiano.
Quando la polizia fece irruzione nella sua casa nel 1957, si trovò davanti a un museo dell’orrore: teste mozzate, maschere di pelle, organi conservati in barattoli. Ed Gein venne dichiarato infermo di mente e internato in un ospedale psichiatrico, dove morì nel 1984.
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La serie Monster: realtà o finzione?
Ed è qui che iniziano i problemi. Monster sceglie una strada molto più ambiziosa del semplice racconto biografico, ma lo fa sacrificando la verità dei fatti.
Il titolo, apparentemente documentaristico (La storia di Ed Gein), promette un racconto fedele ai fatti. In realtà, Murphy e Brennan si concedono moltissime licenze, costruendo una narrazione visionaria, densa di flashback, allucinazioni e sottotrame che finiscono per confondere più che chiarire.
Dalle immagini della Shoah all’ossessione di Gein: quando l’orrore storico diventa decorazione estetica
Tra le licenze più discutibili di Monster, c’è l’inserimento ricorrente di riferimenti alla Shoah, trattata come una sorta di ossessione allucinatoria che perseguita il protagonista.
È vero che Ed Gein, secondo alcune fonti, possedeva riviste e pubblicazioni che contenevano fotografie di guerra e reportage sui campi di concentramento, ma non esiste alcuna prova che quelle immagini abbiano avuto su di lui l’impatto psicotico che la serie suggerisce. Murphy e Brennan prendono dunque un frammento di realtà (la curiosità morbosa di Gein per la morte) e lo dilatano fino a farne un delirio nazista a episodi, popolato di visioni, simboli e fantasie del Terzo Reich.

Il risultato è disturbante, ma non per le ragioni giuste. La Shoah diventa un pretesto visivo, una scorciatoia per comunicare follia, orrore e depravazione, riducendo uno dei capitoli più tragici della storia umana a puro sfondo iconografico.
Non c’è riflessione, non c’è contesto, ma solo l’estetica del trauma trasformata in shock. È una scelta che lascia un retrogusto spiacevole, perché toglie peso al reale e lo piega all’effetto scenico, spostando l’attenzione dallo studio di un uomo malato alla spettacolarizzazione della sua malattia.
In questo senso, Monster sbanda pericolosamente. La ricerca del “perturbante” diventa manierismo visivo, e la Storia — quella vera — viene ridotta a strumento narrativo, piegata all’immaginario dell’horror. Un peccato, perché nella scelta di rendere Gein vittima delle sue stesse visioni, la serie finisce per renderlo anche vittima di una sceneggiatura che confonde la profondità con la provocazione.
Tra biopic, horror e psico-dramma: Monster è un serie che fatica a trovare la sua identità
Molte recensioni hanno sottolineato la grande quantità di sottotrame presenti in Monster. Troppe, in soli otto episodi da nemmeno un’ora. Alcune di esse sono sviluppate in modo così rapido da sembrare più un esercizio di stile che un reale contributo narrativo.
La più riuscita, e in un certo senso la più coerente, è quella dedicata ad Alfred Hitchcock e alla genesi di Psycho. Qui il rimando a Norman Bates funziona, perché la serie prova almeno a costruire un discorso metanarrativo sul modo in cui l’orrore di Gein ha contaminato l’immaginario collettivo, diventando uno spartiacque tra realtà e rappresentazione.

È un passaggio che ha un senso e una propria complessità. Ci mostra come Hollywood abbia trasformato l’abisso umano in cultura pop, e come l’immagine del mostro sia passata dall’essere un fatto di cronaca al diventare archetipo collettivo.
Ma dopo Hitchcock, tutto si sfilaccia. I flash forward che collegano Gein ad altri film e registi si fanno via via più brevi, più confusi, fino a scadere nel puro cameo. Citazioni lampo inserite quasi per dovere, come se la serie avesse paura di perdere il filo conduttore “meta” che si era imposta. Il cenno a Il silenzio degli innocenti, in particolare, rasenta il ridicolo: dura pochi secondi e dà l’impressione di un espediente messo lì per strizzare l’occhio allo spettatore.
Questo eccesso di rimandi crea un effetto di dispersione. Ogni spunto avrebbe potuto diventare un nodo tematico interessante — la cultura americana del voyeurismo, la spettacolarizzazione della violenza, la nascita dell’horror moderno — ma nulla viene approfondito davvero. Monster accumula suggestioni senza metabolizzarle, oscillando tra biopic, horror e thriller psicologico senza trovare mai una direzione precisa.
La redenzione impossibile: quando il mostro diventa vittima
E infine, nell’ultima puntata arriva il problema più evidente dell’intera serie: la tendenza, ormai tipica del marchio Murphy/Brennan, a costruire un ritratto pseudo-redentivo del criminale.
Nel finale, Ed Gein ha visioni della madre che lo perdona e gli dice di essere “fiera di lui”. Gli dice: hai fatto cose eccezionali nella tua vita. È chiaro che si tratta di allucinazioni, di un tentativo della sua mente di venire a patti col senso di colpa. Ma la messa in scena di queste immagini finisce per spostare il baricentro emotivo. Non siamo più di fronte a un assassino, ma a un pover’uomo che muore riconciliato con i suoi fantasmi.
È una scelta registica che può anche commuovere, ma rischia di farlo nel modo sbagliato. Perché, ancora una volta, il pubblico viene guidato verso l’empatia per l’assassino, mentre le vittime restano fantasmi senza volto, strumenti narrativi funzionali al dolore del protagonista.
Non si tratta di negare l’umanità di chi uccide (la follia di Gein è parte del racconto, e comprendere non è mai un errore) ma il problema nasce quando la comprensione diventa giustificazione, o peggio, sentimentalismo.
Murphy e Brennan sembrano affascinati dal paradosso dell’uomo mostruoso, ma spesso ne scambiano la complessità per redenzione. È un errore concettuale che attraversa tutta la loro antologia: dal Dahmer “triste e solo” in lotta con la sua omosessualità, ai fratelli Menendez “incompresi”, fino a questo Ed Gein quasi santificato dalla sua schizofrenia.
Tra ombre e meriti: cosa funziona davvero in Monster: La storia di Ed Gein
Visivamente, Monster è un prodotto di altissimo livello. L’atmosfera è cupa, opprimente, claustrofobica. Ogni inquadratura sembra comunicare la stessa aria stantia della casa di Gein, densa di polvere, ombre e silenzi.
La fotografia livida, quasi sporca, restituisce alla perfezione la decomposizione morale della storia, mentre gli interni scrostati e i colori spenti costruiscono un immaginario che non concede tregua. È un mondo visivo che sembra corrodere lentamente lo spettatore, portandolo dentro la mente di un uomo consumato dalla follia.

L’interpretazione di Charlie Hunnam è straordinaria. Parte in sordina, ma episodio dopo episodio Hunnam costruisce un personaggio che sembra davvero quello specchio frantumato di cui si parla nella serie, in cui nessun pezzo combacia più. È una prova attoriale di grande controllo e sensibilità, capace di emozionare fortemente lo spettatore.
Monster: la serie che ci meritiamo
L’intento di Ryan Murphy e Ian Brennan è chiaro fin dall’inizio. Non è tanto quello di portare sullo schermo la storia vera del macellaio di Plainfield, ma quello di mostrarci quanto siamo diventati dipendenti dall’orrore. Monster non si limita a raccontare un serial killer, ma ci sbatte in faccia la nostra stessa sete di sangue, il bisogno morboso di guardare la violenza, di esplorarla, di sentirci “salvi” solo perché avviene altrove — dentro uno schermo.
La frase forse più rivelatrice di tutta la serie arriva nell’episodio 4, quando il personaggio di Tobe Hooper, mentre sta ideando la sceneggiatura di Non aprite quella porta, dice:
Non girerò il film che questo Paese vuole, girerò il film che questo Paese si merita. L’hanno creato loro: con le atrocità, la violenza, con la crudeltà, la depravazione, le bugie. Siamo umani, eppure non siamo più umani. Quindi è questo che avranno.
In quelle parole si condensa la vera natura dell’opera. Monster non parla più di Ed Gein, ma di noi. Parla di una società che si nutre di violenza, che trasforma il male in intrattenimento e che, guardando il mostro, finisce per specchiarsi in lui. Murphy costruisce un racconto che è, prima di tutto, un atto di accusa: ci mostra la nostra complicità, la nostra ossessione per la cronaca nera, il modo in cui il dolore altrui diventa merce narrativa da consumare in binge-watching, maratone da fare dopocena sul divano.
Ed è proprio qui che la serie, pur nei suoi limiti ed eccessi, colpisce nel segno. Perché nel tentativo di denunciare la spettacolarizzazione del male, Monster la mette in scena fino all’estremo, rendendoci partecipi del meccanismo che critica. Ci spinge a guardare, a restare incollati allo schermo, anche quando dovremmo distogliere lo sguardo.
È una condanna, ma anche una confessione collettiva: l’orrore non è solo nel mostro, ma in chi continua a guardarlo traendone un oscuro piacere.
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