Il nostro meglio, Netflix: il nuovo drama dalla sceneggiatrice di My Mister

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È da poco terminato su Netflix il drama Il nostro meglio (We Are All Trying Here), nuova serie firmata da Park Hae-young, sceneggiatrice già nota al pubblico per My Mister e My Liberation Notes, due capolavori della televisione coreana.

La Park Hae-young ha la rara capacità di raccontare persone stanche, ferite, spesso ai margini della propria esistenza. Le sue storie sono molto riconoscibili, perché mettono in evidenza le crepe silenziose che le persone si portano dentro mentre continuano a vivere, lavorare, amare, fallire.

I suoi personaggi ci vengono mostrati nelle loro contraddizioni, finché anche la loro fatica, i loro più scomodi sentimenti, cominciano a sembrarci familiari e umani.

Anche Il nostro meglio rientra in questa linea. La vicenda smette ben presto di interessarsi solo a “cosa succede” e comincia a chiedersi cosa resta dentro le persone quando la vita non prende la forma che avevano immaginato…

La trama di Il nostro meglio ruota attorno a un aspirante regista che, dopo vent’anni passati a inseguire il suo sogno, arriva a un punto di rottura. Accanto a lui c’è una produttrice scoraggiata e un gruppo di personaggi che, in modi diversi, cercano di non sentirsi inutili.

Il drama è ambientato nel mondo del cinema, ma non parla solo di cinema. Racconta persone che hanno inseguito qualcosa per molto tempo e che, a un certo punto, devono fare i conti con una domanda difficile: cosa succede quando il risultato non arriva?

Ma Il nostro meglio non resta fermo alla storia di un uomo che voleva diventare regista. Usa quella storia per arrivare a una domanda più scomoda: cosa succede quando un sogno mancato comincia a pesare sull’idea che abbiamo di noi stessi?

È per questo che non scriverò una recensione classica. Il drama, e soprattutto il suo titolo coreano originale, mi hanno colpito dritto al cuore. Mi hanno fatto venire voglia di guardarlo con occhi diversi.

Il titolo coreano del drama

Il titolo coreano è 모두가 자신의 무가치함과 싸우고 있다. Tradotto in modo semplice significa: “Tutti stanno combattendo contro il proprio senso di inutilità”.

Ed è qui che il drama, secondo me, trova il suo vero centro.

Non parla solo di successo o insuccesso. Parla di persone che cercano di non sentirsi inutili. Persone che non combattono soltanto contro un ambiente difficile, contro il tempo che passa o contro le aspettative degli altri, ma anche contro lo sguardo severo che hanno imparato a rivolgere a sé stesse.

Da qui nasce la domanda che mi ha attraversato durante tutta la visione: il nostro valore dipende solo dal successo?

È proprio giardando Il nostro meglio che mi è venuta l’idea di Drama-sofia, Quando i drama incontrano la filosofia, un nuovo modo di leggere le serie orientali.

Ho una laurea in Filosofia, e lo so, per tanti la filosofia è quella cosa un po’ polverosa, piena di paroloni e lontana dalla vita vera. Per me è vero il contrario. La filosofia è uno strumento potentissimo. Ci aiuta a decodificare quello che succede intorno a noi, dalle grandi domande sull’esistenza fino alle cose più quotidiane.

Il nostro meglio Netflix Koo Kyo-hwan

E allora mi sono detta: perché non usarla anche per leggere i drama che amiamo?

I drama parlano di noi. Parlano di sogni, fallimenti, riconoscimento, pressione sociale, amore, vendetta, solitudine, bisogno di essere visti. Tutti temi enormi, che la filosofia esplora da secoli. Con Drama-sofia vorrei fare questo: usare i drama come punto di partenza per ragionare su ciò che raccontano di noi e della società in cui viviamo.

La domanda fondamentale che il drama Il nostro meglio ci pone è: il nostro valore dipende dal successo? In teoria dovremmo rispondere con forza: «No, ovvio!»

Una persona non vale di meno solo perché non ha sfondato, perché è arrivata tardi, perché ha fallito un progetto o perché vede gli altri andare avanti mentre lei fatica ancora a raggiungere un obiettivo.

Però la vita vera, e questo drama, non sono così semplici.

Byung-Chul Han e la società della prestazione

Il filosofo coreano Byung-Chul Han ci aiuta a leggere molto bene questo meccanismo. Viviamo nella società della prestazione. Non basta esistere, devi performare, devi essere produttivo. In una società di questo tipo, però a un certo punto, però, non sono più gli altri a giudicarti. Lo fai da solo.

Se non arrivi, ti senti sbagliato. Se sei stanco, ti senti debole. Se fallisci non pensi “Questa cosa non ha funzionato”, pensi “Sono io che non funziono”.

Il nostro meglio Netflix Go Youn-jung

Ed è qui che Il nostro meglio diventa più interessante di una semplice storia su un sogno mancato. I suoi personaggi non soffrono soltanto perché non hanno ottenuto quello che volevano. Soffrono perché iniziano a misurare il proprio valore attraverso ciò che non sono riusciti a diventare.

Axel Honneth e il bisogno di essere visti

Questo ci porta a un altro fondamentale tema, quello del riconoscimento.

Axel Honneth parla del bisogno profondo che abbiamo di essere riconosciuti dagli altri. Non ci basta arrivare da qualche parte. Vogliamo che qualcuno veda quanta fatica abbiamo fatto. Vogliamo che la nostra storia abbia senso anche per qualcun altro.

E tanti personaggi di Il nostro meglio soffrono proprio per questo. Non solo per non avercela fatta, ma per la sensazione che nessuno veda davvero il loro sforzo. Nessuno vede quello che hanno provato. Nessuno vede il tempo investito, la stanchezza, il bisogno di essere presi sul serio.

Il nostro meglio non racconta la favola che “alla fine ce la farai sempre”. Dice una cosa più onesta. Continuare a provarci è faticoso, a volte è umiliante. Ti porta a confrontarti con sentimenti di vergogna, invidia e frustrazione.

Ma è anche l’unica cosa che conta. Perché finché stai ancora cercando un senso, un posto nel mondo, qualcuno che ti veda sul serio, non sei solo “uno che ha fallito”. Sei uno che sta ancora combattendo.

E questo, in fondo, è già il nostro meglio.

Voto: 9
Dove vederlo: Netflix
Numero episodi: 12

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