In attesa che il drama The Scandal arrivi su Netflix il 18 settembre 2026, entriamo nella Corea Joseon per scoprire come venivano vissuti il sesso e il desiderio.
La serie con Son Ye-jin, Ji Chang Wook e Nana rilegge Le relazioni pericolose in una società nella quale una conquista poteva accrescere la fama di un uomo e distruggere la vita di una donna.
Per capirne il motivo, dobbiamo guardare dentro le case dell’élite, tra matrimoni, concubine, vedove e gisaeng, un mondo molto meno casto e più contraddittorio, di quanto immaginiamo.
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Dentro una casa Joseon: gli uomini davanti, le donne dietro
Se entrassimo in una ricca casa di Seoul nel Settecento, scopriremmo molte cose sul sesso prima ancora di incontrare i suoi abitanti. Ce le racconterebbe la casa stessa.
Vicino all’ingresso troveremmo il sarangchae, la zona nella quale il padrone riceve gli ospiti, studia, beve e conversa. Più all’interno, al riparo da sguardi indiscreti, ci sarebbe l’anchae: il mondo delle donne.
L’architettura rendeva visibile una regola fondamentale della società Joseon. Una donna rispettabile doveva essere protetta dal mondo esterno e, quindi, separata da esso.

È in una casa come questa che possiamo immaginare Lady Cho (Son Ye-jin), una delle protagoniste di The Scandal. È una nobildonna ricca, colta e intelligente, ma gran parte della vita pubblica e del potere maschile si trova in spazi ai quali lei non può accedere liberamente.
Cho Won (Ji Chan Wook), invece, può frequentare banchetti, incontrare altre donne e costruirsi una fama da seduttore. Se colleziona conquiste, diventa un libertino affascinante.
Il sesso nella Corea dell’epoca Joseon
La dinastia Joseon è durata più di cinque secoli e, naturalmente, regole e abitudini non sono rimaste immutate per tutto questo tempo. The Scandal ci porta nel mondo aristocratico della tarda epoca Joseon, quando l’etica neoconfuciana esercitava un forte controllo sulla famiglia, sul matrimonio e sulla condotta femminile.
Il sesso esisteva eccome. Il problema era capire chi avesse il diritto di desiderare senza essere distrutto dal proprio desiderio.

La società era rigidamente gerarchica. Semplificando, in cima c’erano gli yangban, l’élite dei funzionari, degli studiosi e dei proprietari terrieri. Seguiva una classe intermedia composta da medici, interpreti e altri specialisti; poi la maggioranza della popolazione, formata soprattutto da contadini, artigiani e mercanti. In fondo alla scala si trovavano servi e persone destinate ai lavori considerati più umili.
Ed ecco il primo grande paradosso: una nobildonna poteva possedere servi, abiti di seta e gioielli, ma avere meno libertà di movimento di una venditrice del mercato.
La venditrice era povera, lavorava duramente e godeva di pochissime tutele. Tuttavia usciva di casa, maneggiava denaro, incontrava persone e occupava uno spazio pubblico. La nobildonna aveva il privilegio, ma quel privilegio dipendeva anche dalla sua invisibilità. Più una donna era rispettabile, meno doveva essere vista.
Matrimonio e concubine nella società Joseon
Anche il matrimonio seguiva questa logica. Tra le famiglie aristocratiche il matrimonio non aveva lo scopo di rendere felici due innamorati, ma di creare un’alleanza, conservare il patrimonio e garantire eredi legittimi.
La sessualità femminile veniva controllata anche per questo: bisognava essere certi che i figli destinati a ereditare il nome e i beni della famiglia appartenessero davvero alla linea del marito.
Per gli uomini, però, le regole erano decisamente diverse. Un uomo poteva avere una sola moglie ufficiale, ma prendere molte concubine. Queste donne occupavano una posizione inferiore e persino i figli nati da loro potevano essere discriminati rispetto a quelli della moglie principale.

Come reagiva la moglie a tutto questo?
Nel Seicento il celebre studioso Song Si-yeol lasciò alla propria figlia una serie di istruzioni per la vita matrimoniale. Tra le varie raccomandazioni ce n’era una notevole: non avrebbe dovuto mostrarsi gelosa neppure se il marito avesse preso «cento concubine».
Cento era chiaramente un’esagerazione, ma il ragionamento era serissimo. Secondo Song Si-yeol, la gelosia femminile poteva rovinare una famiglia e cancellare tutte le altre virtù di una moglie. Il problema, quindi, non era che il marito desiderasse altre donne. Era che sua moglie osasse risentirsene.
Le vedove nell’epoca Joseon
Poi c’erano le vedove. Ed è qui che la storia di The Scandal diventa ancora più interessante.

Nella Corea Joseon si diffuse l’ideale della yeolnyeo, la “donna virtuosa” che rimaneva fedele al marito anche dopo la sua morte. Le vedove che non si risposavano potevano essere celebrate pubblicamente. In alcuni casi, il loro comportamento veniva onorato con una porta commemorativa che trasformava la castità della donna in motivo di prestigio per l’intera famiglia.
Nel 1477 la corte di re Seongjong discusse fino a che punto scoraggiare le vedove dal contrarre un secondo matrimonio.
Alcuni funzionari sollevarono un’obiezione molto concreta: una vedova povera, senza parenti disposti a mantenerla, poteva risposarsi semplicemente per non morire di fame e di freddo. Altri risposero che perdere la propria “integrità” era molto peggio che morire di fame.
Alla fine il re stabilì che i figli e i nipoti di una donna sposata due volte non sarebbero più stati registrati come membri della classe superiore.
Pensiamoci: una vedova poteva aver bisogno di un nuovo marito per sopravvivere, ma la sua decisione rischiava di compromettere la posizione sociale dei propri discendenti. Questo non impedì a tutte le vedove di risposarsi, soprattutto tra le classi popolari, ma rese le seconde nozze molto più problematiche per le donne dell’élite.

Ecco perché Hui-yeon (Nana) è la vittima perfetta della scommessa di The Scandal. Lei è prigioniera del ruolo di vedova e la sua castità è diventata la virtù dalla quale dipende tutta la sua reputazione. Cho Won non deve semplicemente sedurla. Deve spingerla a riconoscere un desiderio che la società le ha imposto di reprimere.
Chi erano davvero le gisaeng?
Negli stessi quartieri frequentati dagli uomini dell’élite vivevano donne alle quali era concesso fare ciò che una nobildonna non poteva: cantare davanti agli uomini, conversare con loro, comporre poesie, scherzare e intrattenerli.
Erano le gisaeng.
Appartenevano a un rango sociale molto basso, ma ricevevano una formazione nella musica, nella danza, nella poesia e nell’arte della conversazione. Partecipavano ai banchetti maschili e alcune intrattenevano rapporti sessuali con i propri clienti, anche se ridurle tutte a prostitute significa cancellare la complessità del loro ruolo.
Il paradosso è evidente. Una gisaeng poteva parlare e intrattenere degli uomini proprio perché la società la collocava al di sotto della donna “rispettabile”.
La Corea Joseon, del resto, non era affatto quel mondo privo di sesso che a volte immaginiamo guardando i drama storici. Circolavano racconti licenziosi e immagini erotiche; esistevano amanti, tradimenti e relazioni clandestine. Il desiderio attraversava ogni classe sociale, perché neppure il confucianesimo poteva cancellare la natura umana.
Il desiderio in The Scandal
The Scandal non è soltanto una storia di seduzione in abiti meravigliosi. È una storia di desiderio, ma soprattutto di potere.

Cho Won può trasformare il sesso in una dimostrazione del proprio fascino. Lady Cho deve trasformare il desiderio in strategia, perché non può esprimerlo apertamente. Hui-yeon, invece, rischia la propria reputazione per un sentimento che non dovrebbe neppure concedersi.
Tutti e tre desiderano. Ma soltanto uno di loro può permettersi di mostrarlo apertamente senza essere distrutto.
Ed è probabilmente questo il dettaglio più interessante del sesso nell’epoca Joseon: non era il desiderio a creare lo scandalo. Lo scandalo cominciava quando a desiderare era una donna.
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