Negli ultimi giorni sui social si è tornato a parlare del modo in cui le donne vengono rappresentate in televisione. Da quasi quarant’anni l’immagine proposta è rimasta sostanzialmente la stessa: veline, letterine, notine. Giovani, bellissime, svestite. Collocate accanto al conduttore come decorazione, mai come interlocutrici. Un ruolo costruito su misura per essere guardato e non ascoltato.
E mentre ci indigniamo – giustamente – per una figura femminile trattata come elemento ornamentale, sui social avviene qualcosa di speculare. Solo che questa volta il corpo messo in vetrina è maschile, e ha gli occhi a mandorla. “Manzi coreani”, “mandorlati”, “giovedì gnocchi”: rubriche dal tono complice, meme, commenti che invitano a “sbattere qualcuno al muro”. Tutto con l’aria di un gioco innocente, di un’ironia condivisa che sembra non fare male a nessuno.
Ma è davvero così? O stiamo solo ripetendo lo stesso schema, ribaltando i ruoli e convincendoci che, se a oggettivare siamo noi donne, allora va tutto bene?
La nuova estetica del desiderio (che chiamiamo ammirazione)
Scorrendo i social, è impossibile non imbattersi in Pagine e Rubriche dedicate al “manzo coreano”, ai “giovedì gnocchi”, ai “mandorlati del mese” (!) Meme, classifiche, giochi a eliminazione. Foto di idol e attori asiatici accompagnate da commenti ammiccanti, emoji di fuoco e battute che, a ben guardare, non fanno molto ridere.
Le Community si dividono in fazioni, si vota, si scherza. Chi “vince” viene celebrato con dichiarazioni ironiche (“me lo sbatterei al muro”), chi “perde” sparisce nel flusso di scroll successivi.
A prima vista sembra solo un gioco, una forma di leggerezza condivisa che unisce ironia e attrazione. Ma a guardarle bene, queste condotte dicono molto di noi. Rivelano come i social abbiano trasformato l’ammirazione in consumo e la fascinazione per l’altro in un gesto automatico, a cui diamo poco peso.
Non è più la fantasia di chi sogna un volto lontano: è un click automatico, e quasi senza valore, in cui il corpo dell’altro diventa contenuto da produrre, valutare, condividere.

Un gioco che nasconde un meccanismo di oggettivazione ormai normalizzato.
La cosa interessante – e inquietante al tempo stesso – è che lo facciamo pensando di celebrare la nostra crush, mentre in realtà la stiamo usando. Perché dietro l’ironia, dietro i meme e le rubriche che sembrano innocue, c’è un meccanismo antico: quello che riduce la persona guardata a immagine, e l’immagine a oggetto.
Dai poster in camera ai feed di Instagram
La differenza con il passato è abissale. Negli anni Novanta, l’adorazione dei divi era un rito romantico e acerbo. I poster nelle camerette raccontavano un sogno, non un diritto di possesso. Nessuno pensava di “interagire” con Brad Pitt o Leonardo DiCaprio: erano lontani e irraggiungibili.

Oggi invece la distanza si è azzerata. L’idol o l’attore coreano sono dentro il nostro feed, ogni giorno, in un flusso continuo di immagini, clip, contenuti. L’illusione è quella di averli a portata di mano. È lo stesso meccanismo per cui i social hanno trasformato la fantasia in interazione, cancellando la distanza che prima alimentava il desiderio: ciò che si guarda, si può commentare; ciò che si commenta, sembra illusoriamente più vicino.
Il passaggio dal poster al feed è il passaggio dal desiderio mediato al desiderio immediato, dall’immaginazione alla disponibilità.
Desiderio buono, desiderio tossico
Non è sbagliato provare attrazione o ammirazione per gli idol e gli attori che amiamo. Esiste un desiderio buono, capace di generare curiosità, empatia, senso di vicinanza.
Nella mia Community, ad esempio, abbiamo spesso parlato di crush: attori o personaggi che ci piacciono e che ci fanno sognare. Ma sempre con una regola implicita: il rispetto.
Il desiderio sano riconosce la distanza. Non pretende, non invade, non ironizza. È curioso e non possessivo. È un desiderio che si traduce in conoscenza, non in stereotipo.
Dal potere delle immagini al linguaggio
“Mandorlato”, “gnocco”, “manzo” sono parole che spesso ci fanno sorridere, ma che in realtà raccontano un mondo.
Sono i residui linguistici di un’abitudine antica — quella di descrivere il corpo come se fosse una cosa. In fondo, niente di diverso da veline, letterine, notine, con quel diminutivo che a ben vedere è sminuente e non vezzeggiativo.

Oggi, sui social, la dinamica è la stessa, solo ribaltata. L’uomo diventa il “contenuto”, il volto da commentare, l’immagine da desiderare collettivamente. Ma con un’aggravante: l’esotismo. Non parliamo di un individuo in particolare, ma di un intero popolo reso oggetto del desiderio. Non “quel ragazzo coreano”, ma i coreani, tutti indistintamente.
È l’effetto collaterale del successo globale della cultura sudcoreana: l’ammirazione si trasforma in feticismo, e la diversità in etichetta. Può sembrare un complimento, in realtà è un modo per negare l’individualità. Perché quando un’intera cultura viene ridotta a “tipo”, non si parla più di fascinazione, ma di consumismo.
Stesso schema, ruoli diversi
L’oggettivazione non cambia se riguarda un uomo o una donna: cambia solo la forma che assume. In televisione diventa intrattenimento, sui social si trasforma in partecipazione. In entrambi i casi, l’individuo sparisce dietro la propria immagine.
Il desiderio è qualcosa di diverso. Non è possesso, ma riconoscimento. Quando nasce dalla curiosità può diventare conoscenza. Ma perché lo sia davvero, deve conservare una distanza, un limite, una forma di rispetto. I social hanno cancellato quella distanza, confondendo la vicinanza con il diritto di accesso e l’ammirazione con la disponibilità.
In questo meccanismo, uomini e donne finiscono per essere intercambiabili, perché la dinamica resta identica: c’è chi guarda e chi viene mostrato. La differenza di genere scompare, ma non perché abbiamo raggiunto la parità. Scompare perché abbiamo esteso a tutti la stessa logica di sfruttamento visivo.
La vera emancipazione non consiste nel ribaltare i ruoli, ma nel cambiare lo sguardo. Finché continueremo a usare le persone come superfici su cui proiettare desideri e fantasie, non avremo cambiato nulla: avremo solo aggiornato un vecchio modello di dominio.
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